Il parto degli altri
di Paola Iop
La placenta di Venere
I Greci antichi, raffinati estimatori dei piaceri, fecero conoscere ai rozzi romani, un loro famoso piatto, “plakous”, una sorta di ciambella addolcita con miele d’api.
Dall’accusativo greco di plakountos, i romani derivarono la parola “placenta” che è parente anche del verbo “placeo”= piacere, gustare: affinità logicamente deducibile trattandosi di una torta!
La placenta, l’antico dolce di forma schiacciata è etimologicamente parente anche di “plano”=piano, “plato”=piatto (e Platone!).
Alla fine del XVII secolo la parola “placenta” è stata usata dai naturalisti, prima come termine botanico, e in seguitoper definire quel prodigioso organo dei mammiferi superiori, simile a una ciambella, che funge da unione fra madre e nascituro attraverso il cordone ombelicale.
In Spagna e in America latina è usato il significativo termine “pares” (da “parir”, partorire) per indicare funicolo e placenta, che insieme al liquido amniotico formano le “secundinas”, che verranno espulse durante il “secondamento”, secondo misterioso parto che completa il processo della nascita.
Anche in italiano si usa il termine “secondamento” e il verbo “secondare” per indicare l’espulsione della placenta, membrane e liquido amniotico, ma non ho trovato un termine che traduca le “secundinas”.
Nella letteratura popolare messicana “secundina” è chiamata l’ostetrica ed è anche il nome di due sante del calendario, entrambe vergini e martiri. Una famosa secundina che viveva nei “ranchos” della regione di Guanajuato (Messico), deve la sua celebrità al fatto che sapeva bene cosa fare quando la placenta tardava a uscire - la a causa del ritardo è evidente: la donna ha fame - che fare? la levatrice le mette un pugno di mais nella mano destra, chiaramente un simbolo di abbondanza. E a questo xunto agiva la suggestione, la fede in un rimedio atavico: rimane il fatto che funzionava e la donna secondava immediatamente!
Nella letteratura moderna c’è un famoso riferimento alla placenta in una poesia di Rainer Maria Rilke “La nascita di Venere”: la dea dell’amore nasce dalle schiume del mare, la placenta del parto divino subisce una magica metamorfosi e arriva alla spiaggia, accompagnata dalle onde nella forma di un delfino “morto rosso e aperto”. E’ molto probabile che Rilke sapesse che la parola delfino, “delphis” in greco è parente stretta di “delphus”, utero: l’intelligente cetaceo rappresenta Venere, e come tale simboleggia l’Utero.
Apoteosi della placenta nell’ antico regno degli Incas
La madre dell’undicesimo Inca Huayna Capac, si chiamava come la leggendaria progenitrice di Manco Capac,fondatore della dinastia, Mama Occlo. Huayna Capac ebbe un regno lungo e prospero di ben 32 anni, durante il quale l’impero raggiunse la sua massioa espansione: più di 4.000 chilometri da nord a sud. Conquistò il territorio che attualmente si chiama Ecuador: la frontiera del suo impero era la stessa che oggi divide l’ Ecuador dalla Colombia. Morì, per sua fortuna, nel 1525, un anno prima della conquista di Pizarro.
Il cronista spagnolo Cabello Valboa ci ha lasciato la descrizione di un momento fulgido della storia dell’antico Perù, in cui la gloria di un re Inca si manifesta attraverso l’apoteosi della placenta di sua madre. Huyna Capac era nato a Tumibamba, una vallata a nord di Cuzco, la capitale. Durante un suoviaggio a Quito si trovò a passare da Tumibamba che “...gli apparve un luogo degno di diventare la capitale del Perù del nord, sia per la sua bellezza che per il naturale attaccamento che un uomo ha verso la terra che lo ha visto nascere...”
Così il re comandò che fosserò costruiti a Tumibamba “sontuosi edifici sia per grandezza che per superbia di ornamenti...” e inoltre “fece scolpire una statua che raffigurasse sua madre, Mama Occlo, una statua di oro purissimo, e nel suo ventre fece collocare la sua placenta (dato che era uso conservare gli annessi quando le regine e le principesse partorivano figli maschi). Aggiunse a questa reliquia una grande quantità di oro e di argento che collocò in quel ventre. Le pareti di questo tempio furono guarnite all’interno da migliaia di conchiglie provenienti dal mare, colore del corallo e altre mille sfumature...e all’esterno da punte di cristallo splendenti. La cappella dove stava la statua di sua madre era foderata di oro...”
E’ chiaro da questo racconto che in Perù, come in molte altre parti del mondo, la placenta era considerata una parte della persona che conservava una sua vita, sorella o “doppio” sia della donna che della sua creatura. Il ventre d’oro era il solo contenitore degno della reliquia sacra, e la statua di Mama Occlo venne collocata in un luogo decorato con i metalli più preziosi dell’impero. A ragione Cabello Valboa la chiamò “cappella” (Cabello Valboa, “Miscélanea antàrtica).
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