E la placenta?
...Nel bosco incantato

di Laura Goria

C’è chi l’ha fatta sotterrare nell’orto per poi piantarci sopra un melograno di buon auspicio; c’è chi ha pensato di buttarla in mare, per poi scegliere di piantarla in un bosco “dove la flora era così rigogliosa da sembrare incantata, ai piedi di un albero il cui tronco si divideva in due parti...”; c’è chi non sapeva cosa farsene e l’ha donata a persone che se ne sono disfatte in chissà quale maniera...
E in Olanda si usa sotterrarla nel giardino di casa vicino al nucleo famigliare al quale ancora appartiene, col forte significato di inizio e continuum della vita del bambino nuovo nato.

In Cina, invece, dove il parto in casa è sempre più un caso eccezionale, c’è chi sotterra la placenta piantandovi sopra un pino, un sempreverde, come augurio di lunga vita al piccolo, nonché di saggezza, rettitudine e forza d’animo (il pino è diritto). Mentre nello Zaire le tribù la restituiscono alla terra sotterrandola nei campi più vicini alle abitazioni.
In passato “gli annessi fetali erano considerati dotati di particolari virtù relative al parto e all’allattamento, o oggetto di pratiche magiche”, ma ancora oggi “in Sicilia si brucia il cordone ombelicale e si butta a mare la placenta, preoccupandosi soprattutto che niente di ciò venga mangiato dai cani.

Oppure gli annessi fetali essiccati vengono somministrati per combattere la sterilità e i dolori del parto. In Umbria si fa seccare la placenta sopra un albero di fico per aiutare la montata lattea; per lo stesso scopo in Polesine il padre la seppellirà nell’aia della casa. In Veneto il marito seppellirà in una profonda buca la placenta se il bambino non mangia...In alcune zone del Lazio, la donna mangerà la propria placenta poco dopo averla espulsa...” (da CLAUDIA PANCINO, Il bambino e l’acqua sporca, )

Malgrado una così imponente eredità di usi e rituali, siamo arrivati ai giorni nostri assolutamente privati della conoscenza del significato biologico della placenta e senza nessuna domanda sul suo destino una volta espulsa.
In ospedale le placente possono venir inviate all’inceneritore dei rifiuti o conservate in appositi frigoriferi per poi essere indirizzate a laboratori di studio o di cosmesi.
Raramente le donne chiedono alle ostetriche di poter vedere o toccare la placenta, non se ne sentono proprietarie e questo disinteresse, come sostiene Michel Odent, è favorito dal fatto di partorire in posizione supina, mentre nella posizione accovacciata,, quando espelle la placenta e se la vede davanti, la donna è spontaneamente indotta a osservarla, nominarla e chiedere spiegazioni in merito.

Basta ritrovarsi nel proprio habitat: quando il parto avviene in casa, il potere generativo proprio di ogni donna si rin{alda e si rafforza, e la placenta non viene dimenticata o negata. Il più delle volte la si mette nel congelatore per poi trovarci un posto definitivo nei giorni a venire. E così si costruisce il mosaico della vita in cui la placenta occupa il primo spazio: le radici, costituite dai vasi sanguigni da cui è formata, sono le radici dell’essere umano, le radici della vita che si fondono nei diversi ambienti in cui la vita si è evoluta: il mare e la terra.

Il mare, spiega ancora Odent, è l’ambiente fluido in cui il bambino vive prima di nascere; la terra è l’altro elemento col quale viene in contatto una volta nato, e con l’aria,, l’ambiente rarefatto che lo inducea compiere il suo primo atto respiratorio (M. ODENT, Nascita dell’uomo ecologico, red Edizioni).

Così tornano i conti: chi ha desiderato disperdere la placenta in mare ha rievocato le radici filogenetiche dell’uomo e dei suoi innati comportamenti...placenta e liquidoamniotico, xlacenta e acqua di mare; mentre colei che l’ha sotterrata ha ricercato il continuum con la Madre Terra, terra-nutrimento, placenta nutrimento del bambino.

In ultimo, nella visione ecologica della salute e della nascita, la placenta rappresenta l’ecosistema madre-bambino, la madre come ambiente in cui il bambino è contenuto, la stretta interdipendenza che in natura c’è fra loro due. Quando il bimbo nasce, si verifica un evento che accresce il dolore del travaglio: la separazione, “una parte del corpo sta separandosi dalla totalità” (è ancora Michel Odent). Alla nascita si verifica la rottura dell’ecosistema: il sacco amniotico si rompe e la placenta, specchio del legame, radice della pianta della vita, viene partorita quando il bambino non ha più bisogno di lei perché è ormai entrato in un altro ecosistema, dove la respirazione è autonoma.

Vedi anche:

da Blue Planet


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